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Leggendo V. Grossman

“E improvvisamente, il cinque marzo, Stalin mori’. Quella morte venne a intrufolarsi nel gigantesco sistema di entusiasmo meccanizzato, d’ira e d’amore popolare, stabiliti su ordine del comitatodi rione.
Stalin mori’ senza che cio’ fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi, Mori’ senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella liberta’, quella autonomia della morte conteneva qualcosa di esplosivo che contraddiceva la piu’ recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori.” (pag.33)

“Allora Ivan prese la parola nell’auditorio contro la dittatura: dichiaro’ che la liberta’e’ un bene equivalente alla vita, che una sua limitazione mutila l’uomo come un colpo d’ascia che faccia saltare via dita e orecchie ;abolire poila liberta’, equivalevaa un assassinio. Dopo quel discorso egli venne espulso dall’universita’ deportato per tre anni nella regione di Semipalatinsk”,
(pag.42)

(Da Vasilij Grossman, “Tutto scorre…”, ed. Gli Adelphi, II edizione maggio 2010)

il Cielo

Un autore russo del Novecento, nel suo testamento spirituale, scriveva: “Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete”

(N. Valentini – L. Žák [a cura], Pavel A. Florenskij. Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Milano 2000, p. 418)

Benedetto XVI, Regina caeli del 16 maggio 2010

Dove andrem(m)o?

“Mi ricordo un dibattito con l’ateo Christopher Hitchens e la sua frustrazione quando dichiarai che ero d’accordo con lui che avvengono cose che rendono ragionevole disprezzare un Dio che esige un’accettazione cieca della bontà della Sua volontà. Poi ecco l’orrore di Haiti… Cosa possiamo dire sulla domanda sempre presente, la domanda del perché queste cose accadono?”

(Mons. Lorenzo Albacete, “Dio c’è ad Haiti?” , il sussidiario.net,27.1.2010)

…un’interpretazione nuova, positiva della diaspora: Israele era disperso in tutto il mondo per fare ovunque spazio a Dio e portare così a compimento il senso della creazione, cui accenna il primo racconto della creazione. Il sabato è il fine della creazione, indica il suo scopo: essa esiste perchè Dio voleva creare un luogo di risposta al suo amore, un luogo di obbedienza e libertà. In questo modo, nell’accettazione sofferta della storia di Israele con Dio si è gradualmente ampliata e approfondita l’idea della terra, così da mirare sempre meno al possesso nazionale e sempre più all’universalità del diritto di Dio sul mondo

(Benedetto XVI, “Gesù di Nazaret”, ed. Rizzoli 2007, pp.107-108).

…normalmente si cerca la propria consistenza in ciò che si fa o in ciò che si ha e così la vita non ha mai pace.[…]L’esperienza naturale permette di intuire l’esistenza del Mistero[…], ma ciò che è accaduto a Maria e ai pastori è totalmente diverso: un fatto si è imposto […]. Si è trattato di una presenza invadente, tanto che non si sono fermati a ragionare sulle loro aspirazioni perché quel bambino dettava ormai tutto.[…]tale tenerezza[…]arriva ad abbracciare tutte le cose e le persone che si incontrano.[…]Il peccato non è più determinante, perché si fa esperienza di un perdono continuo.

(Aldo Trento, “Ci vuole la tenerezza di Dio perché il nuovo anno sia felice” , tempi.it, 21.1.2010)

L’Io

La ragione, la verità, l’io che sfida ogni posizione precostituita.

Non saprei facilmente spiegare cosa attrae di “lettera a un bambino mai nato”; sicuramente non si cerca di difendere nessuna posizione già detta; ci sono dentro un po’ tutti i personaggi: il medico antiabortista, la borghese che abortisce perchè-se-no-avrebbe-troppi-figli, la dottoressa permissiva e femminista, il padre fugace e debole, l’imprenditore cinico ma ben-pensante. Si parla di periodi di dibattito sull’aborto, quindi immagino siano figure abbastanza presenti negli anni ’70. Se si pensa che il libro è del ’75 si capisce in che clima veniva scritto.

Fa scalpore forse non solo per i temi trattati e per il giudizio che dà. Sembra proprio lo scontro di una Donna nella sua complessa serietà che affronta uno dei temi più delicati dell’esistenza. L’aborto diventa domanda sulla vita. Mi colpisce la Fallaci perchè da donna parla del suo punto di vista colpendo me uomo sulle mie domande. Certo non dovrò mai fare le sue scelte, non potrò mai capire fino in fondo quello che prova scrivendo, ma mi urta, mi sommuove e con la sua profondità mi fa approfondire le mie posizioni.

Vi auguro di leggerlo, intanto vi lascio con questa citazione:

…Quasi che il probblema di esistere o non esistere si potesse risolvere con una sentenza o un’altra, una legge o un’altra, e non toccasse ad ogni creatura risolverlo da sè e per sè.

Io qui vedo tutto il dramma di chi si pone il probblema, non già per dare una risposta che metta tutto a posto. Per prendere una posizione nel dibattito.

Ha sfondato il punto e ha messo nel centro il probblema della legge sull’aborto: l’io.

A questo livello si può lottare, arrabbiarsi e legiferare. Per meno forse ci si può chiudere in una vuota ideologia.

Se pensiamo che oggi per abortire basta prendere una pillola forse è un libro da far leggere nelle scuole, almeno perchè sia chiaro di che cosa si stia parlando.

Speranza

essi vivranno da uomini e da uomini moriranno

Ed eccola, una vecchia ormai, che vive in una perpetua attesa del meglio, e crede, e teme il male, è piena di ansia per la vita degli uomini, e non distingue chi vive da chi è morto, sta qui e guarda le rovine della sua casa, ammira il cielo primaverile senza neanche accorgersi di ammirarlo, sta qui e si chiede perchè il futuro di coloro che ama è così intricato, perchè la loro vita è costellata di tanti errori, e non si accorge che in questa confusione, in questa nebbia, dolore e groviglio c’è già risposta, e chiarezza e speranza; e che lei sa, capisce con tutta l’anima il significato della vita che è stato dato di vivere a lei e ai suoi cari, e benche nè lei nè nessuno di loro possa dire cosa li aspetti, e benchè essi sappiano che in un tempo così terribile l’uomo non è più artefice della propria felicità, e che il destino del mondo ha ricevuto il diritto di graziare o punire, portare alla gloria o coprire di fango, e trasformare in polvere di lager, tuttavia non è concesso al destino del mondo e alla Storia, alla mano irosa dello Stato, alla gloria, o all’infamia della lotta di trasformare coloro che hanno nome di uomini. Qualunque cosa li attenda, la celebrità per la loro fatica o la solitudine, la disperazione e la miseria, il lager e la condanna, essi vivranno da uomini, e da uomini moriranno, come quelli che sono periti hanno saputo fare; proprio in questo consiste per l’eternità l’amara vittoria umana su tutte le forze maestose e disumane che ci sono state e ci saranno nel mondo.

(Vasilij S. Grossman, “Vita e Destino”, Jaka Book, III ed. giugno 2005, pag.849)

Frammenti lirici – V

Guardate Rebora, guardate un uomo che non si censura, che domanda e lotta per le sue domande.
Si lotta per tutto oggi, a chi lotta ancora per le sue domande?
Rebora in questa e in molte altre poesie chiede, cerca: assimila e riedita Leopardi, “…a che tante facelle?”

Cielo per albe e meriggi e tramonti
L’aerato seren tu puoi ondare 1
O di nuvole e vento
Errabonde fanfare
O per gli ampliati interluni2
Il bruno lucente mistero
O nell’aroma lunare
(Quando tutto ama e perdona)
Il silenzio sospeso portare;
Ma qui fra nebbie andiamo, e a chi non vede
Sterile nulla è il cielo:
Ma qui, anelo, ciascun dalle piazze alle case
Per l’imminente pungolo
Del travaglio si sfa;
Nell’ostia insapora del còmpito uguale,
Ingoia evacua pane e verità,
Rumina l’ozio, aduna i suoi cocci
Nel simular delle sale,
E stanco infogna giù piaceri e sonni.

Sortilegio del tempo
Al nuovo altar delle genti, o città
Che mescoli un mondo
Fra Penelope e i Proci,
Dall’irrequieta parvenza
Dall’incessante partenza
Chi può giungere a te?
Chi può la voce ascoltare
Del prodigioso essere
E propiziare le cose?
Come alla notte senti
La vanità del tuo sforzo,
Se per i fiori davi pietre e fumo
Per aroma, e schianto ai cuori?
Umana industria sacra,
Nel vortice m’esalto della lotta
Che lusinga e s’indraca3
E concrea e distrugge;
Ma come dal fermaglio della scotta4
Più veemente vela al vento fugge,
Vorrei così che l’anima spaziasse
Dall’urto incatenato del cimento.
Se l’uom tra bara e culla
Si perpetua, e le sue croci
Son legno di un tronco immortale
E le sue tende frale germoglio
D’inesausto rigoglio,
Questo è cieco destin che si trastulla?
Se van dall’universo eterne voci
E dagli àtomi ai soli si marita
Fra glorie ardenti e tenebrosi falli
Una grandezza infinita
Che lo spirito intende,
Questo è per nulla?

O risuonar delle valli
Dove lancia il torrente
A galoppo i cavalli
Del suo corso irrompente
Il grido delle macchine e dei lucri
Sul tuo bàttito avvia
E per le anime sia la tua fresca corrente!

Note

Note
1) Ondare: inondare
2) Interluni: dell’interlunio cfr: pe’ grandi interlunari/silenzi (G. D’Annunzio – “Pamphila”)
Interlunio: periodo tra due lunazioni, corrisponde al novilunio in cui la luna è invisibile in quanto in congiunzione col sole
3) Indraca: (neologismo dantesco) che diventa feroce come un drago
4) Scotta: termine marinaresco che designa una cima, ovvero una corda, che consente di bordare (orientare) una vela

Faro

Mi piace prendere delle cose, parole, oggetti, frasi e metterle lì in modo che la gente dica…”guarda non ci avevo fatto caso.”
Su alcune cose, in particolare le canzoni, è facile passarci sopra. Coperte dalla loro musicalità da un ritmo commerciale o ripetitivo si celano, forse, grandi risorse.

E’ il turno oggi di “Mezzogiorno” di Lorenzo.Lorenzo Jovanotti

Metterò il mio faro, appunto, solo su alcune frasi per toglierle dalla frenesia del ritmo e poterle apprezzare meglio, conscio del fatto che un opera per quanto immediata o moderna o leggera o profonda abbia il suo valore nella sua integrità.

Ma iniziamo:

La foto della scuola non mi assomiglia più
Ma i miei difetti sono tutti intatti

E ogni cicatrice è un autografo di Dio
Nessuno potrà vivere la mia vita al posto mio
Per quanto mi identifichi nel battito di un altro
Sarà sempre attraverso questo cuore

Non mi è concesso più di delegarti i miei casini
Mi butto dentro vada come vada

Non tutto quel che brucia si consuma

Se posso osare mi piaciono questi pezzi che mi sembrano l’ossatura della canzone.

Ecco qui a voi le riflessioni.